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NOTIZIE DAL SITO http://carlogesualdo.altervista.org

di: Franco Caracciolo Gesualdo (av)

 

 

 

A GESUALDO, UNA STRADA PER LEONORA D’ESTE

 

Il 3 settembre 1613 Carlo Gesualdo, avvertendo l’approssimarsi della morte, nella pienezza Delle sue capacità di intendere e di volere, dettò il suo ultimo testamento. Secondo la mentalità dei tempi passati, prima di ordinare le messe perpetue per la salvezza della sua anima, implorò “all’Onnipotente Iddio” il perdono dei suoi peccati affinché la sua anima potesse godere la luce eterna. Perché la sua supplica fosse ben accetta, invocò l’intercessione della vergine Maria, degli apostoli Pietro e Paolo, San Michele Arcangelo, San Domenico, Santa Maria Maddalena, e Santa Caterina da Siena. Nella lista dei santi destinati a patrocinare l’ammissione alla vita eterna, presso la “Divina Maestà”, manca San Carlo Borromeo (1538 – 1584). Il santo era zio materno del principe di Venosa e fu canonizzato il 1° novembre 1610, essendo arcivescovo di Milano, il cardinale Federico Borromeo, eccelso prelato fondatore della Biblioteca Ambrosiana e cugino del Santo. E’ stupevole che il nostro principe escludesse dal collegio dei Santi patrocinatori proprio il suo amato zio, per il quale con lettera al cardinale Federico Borromeo del 25 Ottobre 1610 chiedeva l’invio di “un ritratto naturale del gloriosissimo S. Carlo …(anzi) il più naturale possibile, perché possa farne cavare un quadro grande, per adempiere al suddetto desiderio.” Oltre all’intento di ordinare un grande quadro pittorico, il Gesualdo bramava conoscere le sembianze del beato zio per meglio indirizzargli le preghiere. Al momento non si sa se Federico Borromeo esaudì la richiesta, ma un fatto emerge chiaro e lampante: fino a tutto il 1610 Carlo Gesualdo non disponeva di immagini di S. Carlo Borromeo. Se si trascura la cronologia la Storia si allontana dalle sue funzioni e si fa romanzo. Carlo Gesualdo eluse la tutela di San Carlo nel viatico della sua anima, poiché sapeva che quel parente santo non avrebbe mai barattato per la remissione dei suoi peccati di coscienza. Il “Principe dei musici” aveva fatto uccidere la sua prima sposa e il di lui amante, ma quel duplice delitto allora non era punibile, poiché le leggi e il senso comune esigevano l’obbligatorietà della punizione nei confronti degli adulteri sorpresi in flagranza. Fu fedigrafo nei confronti di Leonora d’Este fornicando con le sue belle e giovani cortigiane e coll’aitante Castelvietro, ma, tenendo conto della maggiore età di Leonora, anche quegli amorazzi, in quei tempi, erano ritenuti lecite trasgressioni. Il Principe Carlo a Venosa procreò Antonio Gesualdo, figlio non legittimo, il quale divenne pericoloso molestatore di fanciulle, ma secondo i parametri morali dell’epoca, generare figli spuri non era nemmeno censurabile. D’altra parte, escludendo la colpa originale, anche S. Paolo era convinto che il concetto di peccato dipende dalle convenzioni, tanto è vero che nell’ Epistola ai Romani dice: “ Io conobbi il peccato dopo la legge”. Ossia, il reato è inconcepibile senza prescrizione legislativa. Carlo Gesualdo, pur continuando a gestire i suoi atti secondo i cerimoniosi ossequi, tipici della nobiltà, giunto alla “resa dei conti” capì quanto era lontano e diverso dal milanese zio santo. San Carlo Borromeo spese le sue ricchezze per i poveri e per gli infelici, ai quali, lasciò in eredità il suo patrimonio legandolo all’Ambrosiano Ospedale Maggiore. Fu sostenitore dei Monti di Pietà e promotore del gratuito patrocinio degli indigenti. Riformò il Pio Istituto di Santa Corona per i malati miseri, fondò il Consorzio dei Disciplini per l’ultimo conforto ai condannati a morte. Aprì scuole e collegi, edificò case e ricoveri di ogni sorta, tra cui il Santa Maria Maddalena di Milano, detto il Deposito, ove erano alloggiate le donne di strada, come capo del clero milanese si prodigò per l’assistenza agli appestati durante le carestie degli anni 1576-1577, anni in cui potenziò il manzoniano lazzaretto, vendendo, per quella occasione, il Principato d’Oria e distribuendo ai bisognosi i 40.000 ducati percepiti. Carlo Gesualdo conosceva vita e miracoli del suo illustrissimo parente, ma pur essendo immensamente più ricco si astenne da qualsiasi benefica iniziativa a favore dei diseredati. Le grazie e i condoni che concesse in punta di morte, rientravano nella regolare prassi feudale, anzi fu solo negli ultimi giorni del trapasso a ricordarsi che il padre Fabrizio II° aveva destinato un fondo di 10.000 ducati, con i frutti del quale avrebbe dovuto costruire chiesa e convento dei Cappuccini di Gesualdo, nonché distribuire i frutti di un altro fondo, ai poveri di tutte le città, terre (paesi) e casali dello Stato di Venosa. Nel suo testamento il Principe Carlo, oltre a destinare cospicue somme per salvare la sua anima ordinando messe perpetue, vincolò ingentissime somme di danaro a tutti i suoi congiunti e diede buone liquidazioni ai suoi fidi dipendenti. Come fece a mettere insieme tanta liquidità finanziaria, che ammontava a circa due milioni e mezzo di ducati? Carlo Gesualdo, superando i suoi avi, ammassò denaro praticando il detto che “li soldi fanne ati soldi”, mentre si sa che in epoche contigue i Caracciolo di Avellino, già dal 1581, col principe Marino, diedero impulso a grande espansione economica ed edilizia e a copiosa fioritura artistica. Riattivarono la Dogana, incrementarono mulini e gualchiere, costruirono strade e acquedotti ed accrebbero la popolazione; benché anche gli Imperiali, in epoca successiva, a Sant’Angelo dei Lombardi ed altri feudi introdussero ricchezza con razionali tecniche, nell’agricoltura e negli allevamenti, nessuna attività produttiva svolse il nostro Principe. I Gesualdo erano consapevoli che con l’agricoltura, gli allevamenti e i diritti di monopoli (Jus prohibendi), ed altri privilegi feudali non sarebbero arrivati troppo in alto, poiché l’unico negozio redditizio era il commercio del denaro proveniente dalla giurisdizione, che bisognava comprare anche quando i feudi appartenevano ad altri. Ma cos’era la giurisdizione? La giurisdizione era un titolo di proprietà trasferibile, per vendita, donazione o eredità come qualsiasi altro bene privato. Il dominio della giurisdizione conferiva al titolare l’amministrazione della giustizia civile, criminale (penale) e mista. Quest’ultima così chiamata, quando nello stesso luogo esercitavano giudizi, il Sovrano, il clero secolare ed il Comune, che allora si chiamava Università. Che i Principi Gesualdo privilegiassero l’acquisto delle giurisdizioni, si evince anche leggendo i libri che si riferiscono alle famiglie feudali napoletane, ove in rapporto ai feudi posseduti dalla dinastia dei Conti di Conza, c’è chi parla di 42 e chi di 102, forse tenuto conto della titolarità delle giurisdizioni. L’entità dei profitti di quella prerogativa feudale, si può immaginare leggendo il codicillio del testamento del Principe musicista del 3 Settembre 1613, ove all’articolo 7 il testatore concede grazia ad Albero Cerulli di Taurasi, il quale fu multato per 600 ducati “per avergli trovato in casa armi proibite”. La grazia consiste in questo: che “gli eredi suoi (cioè i Gesualdo) non debbono chiedere di più dallo stesso Cerulli”. Per chi volesse capire la enormità della multa inflitta al malcapitato Cerulli, per essere stato trovato con qualche archibugio senza il relativo porto d’arme, ricordo che se quello sfortunato facesse il “bracciale” come il novanta per cento della popolazione d’allora, avrebbe dovuto lavorare trenta anni, senza mai mangiare bere vestirsi e soprattutto ammalarsi. Certamente il Principe di Venosa, durante la stesura del testamento, per fare un po’ di beneficenza, oltre a ricordarsi vagamente dello zio San Carlo, capì che le bestemmie del Cerulli avrebbero vanificato le migliaia di migliaia di messe che aveva ordinato per la salvezza dell’anima sua. Più degli antenati del casato, Carlo da Venosa, aveva smodato attaccamento al danaro, tanto è che nutriva persino antipatia per la povera gente che abitava nei paesi dove i guadagni della giurisdizione erano scarsi. I poverissimi del vicino paese di Montefuscolo (Montefusco), paradossalmente, proprio per questo furono esclusi dalla distribuzione dell’elemosina, nel testamento già innanzi, più volte riferito.

La Baronia di Montefuscolo, insieme ai suoi casali e al Passo di “Venticane”, fu acquistata nel 1589 da Fabrizio II° e Carlo Gesualdo, dal marchese di Chiusano, Federico Cacece Tomacelli, per 115.000 ducati, di cui i Gesualdo parte versarono all’acquisto e di altra parte restarono debitori, per cui si impegnarono a pagare l’interesse del 7 per cento. Il Principe Carlo, durante la sua esistenza, preferì pagare gli interessi senza mai cancellare quel debito. Allora gli interessi correnti erano nell’ordine del 4%, ciò significa che il nostro Principe disponeva di crediti con tasso superiore, oppure che così facendo risparmiava sulla tassa di buonatenenza da versare a favore dell’Università di “Montefuscolo”. All’epoca di Carlo Gesualdo e fino all’otto agosto 1806 Montefusco fu il capoluogo del Principato Ultra, mentre il suo carcere in epoca borbonica fu tristemente famoso per le inumane pene subite dai patrioti del Regno delle Due Sicilie. Ebbene, siccome nel periodo feudale il sopraddetto centro ospitava la Regia Udienza ed il Preside (corrispondenti all’attuale Prefettura e Prefetto), nonché tanti altri uffici giudiziari, le entrate della giurisdizione erano irrilevanti, ciò spiega la rabbia e le furberie del nostro Principe, che privò i più deboli montefuschesi della istituzionata elemosina. Ma Carlo, oltre a studiarle tutte, per aumentare le sue ricchezze, imponeva intollerabili economie anche alla sua seconda moglie Leonora d’Este. In una lettera del 1600, scritta dal cardinale Alessandro d’Este al fratello Cesare, Duca di Modena e Reggio, si apprende che persino a Roma erano notori i maltrattamenti che Carlo Gesualdo infliggeva a Leonora, causandogli i tanti malanni legati alla infelicissima convivenza. “La prima delle sue infelicità è che patisce del vivere strettamente (ossia nella massima economia), essendo il principe immerso in una sordida avarizia che è cosa insopportabile”. Dopo la morte di Alfonsino, l’unico figlioletto di Leonora e Carlo, i disagi aumentarono al punto che la Principessa incaricò il suo conterraneo, don Michele Neri, di chiedere al Duca di Modena suo fratello, un po’ di denaro, avendo esaurito il suo peculio per pagare i medici di Napoli. Stando a Gesualdo, oltre alle tirchierie e alle scostumatezze del marito, Leonora soffrì nel castello gli eccezionali freddi di quei tempi, tanto che “gli traballavano i denti in bocca” . Come sollievo nel tanto triste soggiorno gesualdino, Leonora dopo la morte dell’unico figlio Alfonsino, si aspettava maggiore considerazione da parte dell’arcivescovo Alfonso Gesualdo, il quale con testamento del 26 Ottobre 1600 le donò un anello con rubino e un quadro dipinto da prelevare a sua scelta nella pinacoteca privata del cardinale. La beffa maggiore che Leonora subì dal marito, stà nel testamento, ove è spiegato che il vitalizio e gli altri titoli concessi, erano automaticamente revocati qualora la Principessa, per desiderio di vivere in pace, volesse allontanarsi dai litigiosissimi parenti del defunto consorte. Il testo la obbligava al rispetto della vedovanza e a restare nel Regno con la scelta di dimorare a Gesualdo o Taurasi, o alla massaria San Antonio di Napoli. Ovviamente soltanto a seguito di quello scritto si rese conto che il marito aveva un figlio non legittimo di nome Antonio al quale la stessa Leonora doveva corrispondere l’assegno di ducati 50 al mese. Anche in questo assunto Carlo non rispettò la volontà del padre Fabrizio II° , il quale, nel testamento del 7 maggio 1591 gli assegnava tutte le sue ricchezze e capitali finanziari gestiti dai banchieri napoletani Ravaschieri, Oliati, e Grimaldi, lasciti che il figlio a sua volta avrebbe dovuto trasmettere al suo primogenito o spurio. Evidentemente Antonio Gesualdo, figlio naturale di Carlo era nato prima della morte di Fabrizio II°. Dopo quella sgradita agnizione, spossata dall’ostilità che regnava nell’ambiente del Castello di Gesualdo, Leonora si separò definitivamente dal nostro centro Irpino. Da alcuni brani delle pagine 70 e 71 di Francesco Vatielli: “Sulla fine del 1615 accompagnata dal marchese Ernesto Bevilacqua ritornò definitivamente a Modena presso i suoi. Fu ricevuta la mattina del 13 Gennaio (1616) con tutti gli onori che comportavano il suo rango e l’affetto di cui era stata sempre circondata dagli Estensi. Fece il suo ingresso accolta dal Duca, dai Principi e da una folla di popolo con grande solennità di cortei e con salve di gioia. Povera Leonora! Forse in quel momento avrà ricordato le feste che le avevano fatte a Ferrara venti anni prima quando andò sposa del Principe. Allora non avrebbe potuto immaginare quale cumulo di dolore e di lutti avrebbe rattristato la sua esistenza di sposa e di madre, quali avverse vicende si sarebbero abbattute sulla sua famiglia mutilata della maggior parte dello stato avito e decaduta dalla sua grandezza. Trovò rifugio e conforto nella tranquillità di una vita modesta e solitaria, dedicata a opere di carità e di devozione.” Dal commovente epilogo del Vatielli pare che, per Leonora, gli incubi sofferti a Gesualdo, fossero definitivamente rimossi: non fu così. Gli esorcisti e stregoni che a Gesualdo furono mobilitati per guarirla dai suoi malanni causati da avarizia, infedeltà, violenze e offese alla dignità, l’avevano convinta che gli stessi esorcisti e stregoni potessero servire per ragioni di Stato, quando si doveva rassicurare i cittadini sul futuro dei loro sovrani: ma i disturbi psichici di cui soffrirono i figli del duca di Modena e Reggio non dipendevano da cause ambientali ma da congenite malattie della moglie di Cesare d’Este.

Poiché per molto tempo è prevalsa la idealizzazione culturale dell’effimero, la storiografia locale si è occupata della vita di Leonora, solo a partire dal matrimonio col nostro principe. Si sa comunque che quando Leonora sposò Carlo anche lei era vedova e orba di un figlioletto. In ogni modo l’Estense a Gesualdo fece l’esperienza più triste della sua esistenza. Per tanto, siccome per la toponomastica paesana, raramente si è trovata persona meritevole, anche per riparare in parte ai torti che per circa 17 anni Leonora d’Este subì a Gesualdo, perché non le si intesta una strada, magari, lungo il suo giornaliero itinerario per recarsi alla primitiva Chiesetta della Madonna Delle Grazie?

Gesualdo 15 08 2005 Giuseppe Mannetta

 

 

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